Gli ultimi concerti del Roma Jazz Festival 2011
Lun, 28/11/2011 - 15:39 » stage
Sta per calare il sipario sull’edizione 2011 del Roma Jazz Festival.
Ultimi cinque concerti per la rassegna all'Auditorio Parco della Musica.
Nel mese di novembre si sono alternati nomi più e meno conosciuti della scena jazz italiana ed internazionale.
Il Festival chiude in bellezza.
Si è partiti con Fabrizio Bosso (tromba) e l'argentino Javier Girotto (sassofono) lo scorso sabato (26 Novembre), seguiti da un altro volto noto del Festival, Tigran Hamasyan, quest'anno a Roma in trio.
Questa sera (28 Novembre) ad esibirsi sarà un altro grande strumentista italiano, Paolo Fresu, accompagnato da Daniele Di Bonaventura alla fisarmonica e dall'ensemble vocale "A Filetta" (prezzo del biglietto: 20€).
Martin Tingvall chiuderà col suo trio l'avventura del piano jazz di quest'anno, martedì sera (29 Novembre), presentando “Vägen”, ultima fatica discografica (prezzo del biglietto: 10€).
Infine, chiusura in grande stile il 30 Novembre con Enrico Rava che, accompagnato da undici musicisti, presenterà un progetto ispirato a Michael Jackson (prezzo del biglietto: 20€).
Il Roma Jazz Festival chiuderà appunto il 30 novembre con quest'ultimo concerto, dandoci appuntamento all'anno prossimo per la trentaseiesima edizione.
I soci Carta Giovani possono usufruire dello sconto del 20% (sotto ai 26 anni), e del 15% (sotto ai 30 anni).
I concerti avranno luogo alle 21:00, presso l'Auditorium Parco della Musica, in Viale Pietro de Coubertin 30.
Bosso, Girotto e i Latin
Bosso, Girotto e i Latin Mood
Partiamo dalla fine. La fine é che dopo il concerto il pubblico ha preso d’assalto la libreria dell’Auditorium, le quaranta (cinquanta?) copie del cd sono sparite ed almeno altrettante persone sono rimaste senza. Insomma, alla voce “giudizio del pubblico” possiamo mettere un bel 9. Che poi si sapesse, è un altro discorso (il concerto era tutto esaurito).
Il cd è “Vamos”, collaborazione tra Bosso, Girotto e i Latin Mood, ufficialmente in uscita a Marzo 2012 - piú di tre anni dopo “Sol”, l’ultimo lavoro – e raccoglie i brani eseguiti sabato sera, eccezion fatta per “A taste of Honey” di Herb Alpert & the Tijuana Brass, brano d’apertura del concerto, meglio conosciuto in casa nostra per essere la sigla del programma “Tutto il calcio minuto per minuto”.
C’è rispetto, in casa Latin Mood. C’è ammirazione. E umiltà, tanta, che Girotto potrebbe quasi permettersi di farne a meno, ed invece è signore e musicista fino in fondo. E gioca con Fabrizio Bosso, vai avanti tu ragazzo che qua ci penso io, e Bosso ringrazia ed esegue, e costruisce, e gioca, e soprattutto si diverte, da solo, insieme a Javier, e anche al pubblico, poco importa.
E si sono portati dietro Natalio Mangalavite, pianista capace di creare atmosfere eteree con la tastiera, Luca Bulgarelli con un basso a 6 corde melodico come pochi, Bruno Marcozzi (percussioni) e Lorenzo Tucci (batteria), che tengono il palco da soli, a turno, assieme, poco importa (e due). Non importa mai “con chi”, finché loro ci mettono il “come”. Da soli, in due, in sei. Poco importa. Loro tengono.
E chiudono in modo pulito, ordinato. Un bis, lungo il giusto, gli assoli, le presentazioni, due, tre inchini, e poi tutti in libreria che ci sono i cd in vendita in anteprima speciale per noi.
Mistico Mediterraneo. Un
Mistico Mediterraneo.
Un sardo, un marchigiano, e sette còrsi. Paolo Fresu, Daniele di Bonaventura e “A filetta”. Un progetto diverso, non classificabile, come ha detto Paolo Fresu – “Non è jazz, non è classica, non è etnica, non è musica dal mondo, speriamo solo sia buona musica”. Mistico Mediterraneo appunto. Un coro ad eseguire composizioni a volte tradizionali, a volte religiose, o anche opera del meno Mediterraneo del gruppo, in quanto non isolano, Daniele di Di Bonaventura. Piú la tromba di Paolo, a spiccare sopra le voci del coro, a farsi notare, col bandoneon fluido di Daniele a riempire gli spazi intorno al coro, dietro la tromba, tra gli uni e l’altra.
Atmosfera strana, ibrida. Fresu, che arriva da lontano con un qualcosa di Nini Rosso, che parte suonando in mezzo al pubblico e va a sedersi a gambe incrociate sul palco, un suono che sembra non vada con quel coro, spicca in un modo che non so, e invece forse si, e no, e poi quando è il coro ad appoggiarsi a Fresu tutto funziona diversamente, adesso ce l’ha un senso. Piú un altro strumento che boh, che c’entra, se il coro è un coro non c’è musica, devi saperla leggere un’emozione del genere per suonarci sopra, o sotto, o insieme. Un esperimento ardito, ci vuole coraggio e dedizione per una roba del genere.
Ecco, il coraggio c’è, la dedizione anche. Non sará jazz, ma buona musica, questo sí.
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