Pat Metheny Trio al Roma Jazz Festival
Ven, 11/11/2011 - 17:14 » stage
Continua il Roma Jazz Festival all’Auditorium Parco Della Musica dall’8 al 30 Novembre.
Il nostro inviato Irshad ci suggerisce il Pat Metheny Trio. Scopriamo perchè.
La rassegna propone un fine settimana di qualità. Questa sera, 11 novembre, ad aprire la kermesse di jazz è il batterista nostrano Roberto Gatto, e in chiusura, domenica 13, il Pat Metheny Trio, che prende il nome dal noto leader e chitarrista, tradizionalmente votato alla sperimentazione e alla scoperta di nuove sonoritá, lungo un cammino durato ormai quasi quarant’anni.
Accompagnato dagli amici di lunga data Larry Grenadier (che lo ha anche affiancato in occasione dell’incisione di diverse collaborazioni con Brad Mehldau ) al contrabbasso e Bill Stewart alla batteria, il vincitore di 17 Grammy – qualsiasi percorso creativo sperimenti, Metheny ottiene continui riconoscimenti da critica e pubblico – arriva a noi a seguito di una recente evoluzione piuttosto intimista, che promette melodie morbide e spunti di grande tecnicismo.
Il prezzo dei biglietti varia, da 35€ a 45€ per la galleria, fino ai 55 € in platea.
Come di consueto, i soci Carta Giovani al di sotto dei 26 anni possono usufruire dello sconto del 20%, e i soci Carta Giovani sotto al di sotto dei 30 anni dello sconto del 15%.
Viale Pietro de Coubertin 30. Roma
Fa le cose in crescendo, Pat
Fa le cose in crescendo, Pat Metheny. Fa quasi finta di essere un bravo chitarrista come tanti. Vabbé, ha la sua chiave melodica, ha il suo stile, ma è quel che lo rende un po’ piú diverso dagli altri alla fine, tutto sommato è un bravo, bravissimo chitarrista jazz.
Si, eh.
Solo che “bravissimo” ci puó stare, ma “chitarrista” e “jazz” appaiono un po’ riduttivi.
Parte quasi in sordina. Tre brani accompagnato solo da Larry Grenadier al contrabbasso, l’apertura scritta dall’amico/collega Brad Mehldau, e un paio di pezzi di repertorio per scaldare il pubblico.
Poi Bill Stewart prende posto dietro alla batteria e ingrana un’altra marcia, il concerto entra nel vivo. Virtuosismi, assoli, Metheny cambia chitarre (mai vista una Pikasso a 42 corde? http://www.flickr.com/photos/illusiontom/2682325632/), cambia sonoritá, cambia atmosfere. La sala Santa Cecilia si riempie di note che si accavallano l’una sull’altra, si infilano in spazi e tempi che prima non c’erano, e 2800 persone travolte dall’onda d’urto non riuscirebbero a sentirsi pensare, se solo fossero in grado di provarci.
OK. È finita. Ha fatto ció che sa far meglio, adesso si chiude e tutti a casa. E invece no.
Invece Bill e Larry si allontanano, e qualcuno sposta due tende alle spalle del gruppo, che celavano una parte del suo Orchestrion: una serie di strumenti meccanici che rispondono ai suoi comandi. E anche lí: uno strumento, poi due, poi quattro, sempre piú forte, tutto gestito da una sola persona.
Tornano Bill e Larry. Cala la luce. E poi l’esplosione del gran finale, sarebbe una cacofonia se non fosse eseguita in modo cosí scientifico. E invece lo è, e quando finisce sono stremato. Io. Chissá come ha fatto lui lassú.
E quindi dicevamo.
“Chitarrista”… Mmm.
“Jazz”… mmm.
“Bravissimo”… Ecco, forse è un po’ riduttivo anche quello.
Invia nuovo commento