Il jazz non è per voi!
Mer, 02/11/2011 - 16:51 » stage
Matteo ha vinto i biglietti messi in palio nella newsletter della Carta Giovani.
Matteo ha visto il concerto jazz del Wayne Shorter Quartet all'Auditorium Parco della Musica di Roma lo scorso 17 ottobre.
Ecco le sue impressioni.
Il jazz non è per voi!
Questa la provocazione dalla quale sembra di esser investiti dopo i primi minuti di musica. Tempi discordanti, note apparentemente prive di legame armonico, musicisti che, tutti assieme ma ognuno per suo conto, sembrano dediti ad accordare e testare gli strumenti, in un quadro generale caotico ed irragionevolmente aspro. Ma questo è il jazz di Shorter e del suo quartetto, verrebbe da dirsi.
Un jazz che sembra rispondere alla sfida della ricerca musicale, della sperimentazione armonica, della necessità di fare musica senza darsi anticipatamente punti di arrivo necessariamente corrispondenti alle attese del pubblico meno esperto.
È solo considerando una tale premessa che si può valorizzare il grandissimo spessore di Shorter e dei suoi talentuosi musicisti. E allora poco importa che alcuni spettatori lascino anzitempo il proprio posto, perché forse si aspettavano altro. Forse non hanno saputo aspettare e lasciarsi portare, anzi trasportare oltre i confini del legame melodico cui la musica (nelle sue espressioni più semplici e fruibili) ci abitua.
Di certo l’andamento vorticoso e centripeto dei pezzi che il quartetto propone richiede un orecchio esperto o quantomeno in grado di “tollerare” una proposta musicale decisamente poco usuale. D’altronde il jazz è improvvisazione, ed è dall’improvvisazione che nascono le cose migliori.
Questo sembra esser un concetto ben radicato nei componenti del quartetto, al punto che i brani sembrano seguire un andamento oscillatorio, dove il tema centrale si innesta come fil rouge, per dare il là all’improvvisazione più sperimentale offrendo allo spettatore un quadro complesso e per certi versi disorientante.
Ed è così che diventa facile perdersi, facendo oscillare la propria attenzione dal il ritmo incalzante della batteria, picchiata con forza, precisione e trasparente quanto autentica passione da Brian Blade per poi accorgersi che il contrabbasso ci sta facendo oscillare sulla sedia di pari passo all’intensità con cui vengono fatte vibrare le sue corde dal raffinato tocco di John Patitucci; il tutto inscritto entro la suggestiva cornice armonica suggerita dal piano di Danilo Perez, che ci fa perdere tra le infinite combinazioni possibili tra note e accordi.
È facile a questo punto ritrovarsi a naufragare tra le dissonanti ma pur trascinanti alchimie musicali ricercate da questi incredibili musicisti.
Finché Wayne Shorter, brandendo alternativamente clarinetto e sax introduce la linea melodica; ed è allora che tutto quell’insieme di note che prima poteva sembrarci confuso, sembra prender forma e convogliare assieme in maniera apollinea, perché finalmente melodica.
Ma lentamente, quanto inesorabilmente i legami melodici riprendono a sciogliersi, per lasciare spazio a quel variopinto e fecondo quadro apparentemente incontrollato dell’improvvisazione. E così si apre un novo capitolo di sperimentazione alla ricerca dell’anima più profonda e per questo complessa del Jazz: la libertà e la genialità dell’espressione individuale nel suo incontro con quella dell’altro.
Matteo Antonini
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