Audry, l'ambasciatrice dell'Unicef

 

“Sono stata all’inferno”

 

Il suo ultimo viaggio è in Somalia e queste sono le sue parole una volta tornata in Italia.

 

È il 1992. Solo un anno dopo Audrey Hepburn ci lascia.

Gli ultimi cinque anni della sua vita sono intensissimi e pieni di fervore e speranza.

 

Abbandonata la sua invidiabile carriera di attrice dello star system internazionale, la Hepburn si dedica alla sua vita privata come mamma e come volontaria per l’  Unicef nei paesi sottosviluppati.

 

Viaggia molto, vede cose che la sconvolgono ma non per questo si ferma. Nell’autunno del 1987 la Hepburn viene nominata Ambasciatrice di Buona Volontà dell’UNICEF e l’anno successivo parte per la sua prima missione umanitaria.

 

Il primo viaggio di Audrey è in una terra devastata dalla guerra civile e dalla carestia.

La diva è in Etiopia dove collabora attivamente in orfanotrofi gremiti di bambini malnutriti. Poi c’è l’America Latina, il Sudan e il Bangladesh nel 1989.

 

Nel 1990 arriva in Vietnam per cercare di convincere il governo locale a supportare l’UNICEF nei suoi programmi di vaccinazioni e di fornitura idrica.

 

Alla figura di Audrey Hepburn sono ora legate una serie di iniziative ed enti che operano al servizio dei bambini disagiati. I fondi raccolti con la mostra “Audrey a Roma” contribuiranno al progetto dell’UNICEF di lotta alla malnutrizione infantile in Ciad.

Tale iniziativa è promossa dalla Audrey Hepburn Children’s Fund e dal Club Amici di Audrey.

 

Il Club “Amicy di Audrey” è nato nel novembre 2010 su iniziativa dell’UNICEF Italia e dei figli dell’attrice, Sean Ferrer e Luca Dotti e grazie alla collaborazione della giornalista Desiree Colapietro Petrini che ne è testimonial.

 

Abbiamo incontrato la Petrini durante l’inaugurazione della mostra all’Ara Pacis lo scorso 25 ottobre e ci ha spiegato che “Audrey è una figura che indubbiamente attira a se molti giovani, promuovere iniziative di questo genere può favorire la consapevolezza dei giovani verso tematiche sociali così importanti come quelle per cui l’Unicef si batte ormai da anni”.

 

 

Angela Sorbo

 

 

 

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